SAN JACOPO D’OLTRESERCHIO

 

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Post per curiosi e pellegrini.

Rientrando più nella prima categoria che nella seconda, qualche giorno fa mi sono incamminata lungo via delle Gavine, in direzione Solferino (l’ottocentesca Quattro Strade), camminando per un breve tratto sugli argini del torrente Contesora. Arrivata in vista del campanile della chiesa di San Macario in Piano sono scesa sulla strada e, passando per il retro dell’edificio, ho deviato verso est alla ricerca dell’antico ospitale di San Jacopo alle Beltraie, o di Colle Beltrandi. 

Qualche curva e pochi minuti dopo, scorgo una inconfondibile abside romanica che si staglia sullo sfondo di un folto boschetto di pini, nei pressi della località Virgo. Lo scorcio che mi si apre dinnanzi dev’essere più o meno quello che si delineava di fronte al viandante del medioevo.

L’edificio, orientato est-ovest, offre dapprima la facciata, rimaneggiata ed in parte nascosta dall’aggiunta di altri locali, dopo il cambio di destinazione d’uso di tutto il complesso. La parte meglio conservata è quella dell’abside e di parte dell’aula, costruita in opera quadrata con blocchi di arenaria locale. Potrebbe trattarsi di quella disponibile nelle alture circostanti l’area dell’ospitale (GOT, formazione di Monghidoro), e in effetti, la costruzione è avvenuta in un luogo più che adatto per la presenza di varie risorse: pietra da costruzione, acqua, legname e fertili terreni alluvionali. Le terre dell’ospitale sono incastonate tra la Contesora e il Cerchia; seguendo verso valle questi due torrenti, si arriva diretti al Serchio.

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Facendo ulteriori ricerche, scopro che la storia di San Macario è in gran parte racchiusa tra le robuste mura di questo edificio. Nato come ospitale con chiesa annessa, fa il suo ingresso nelle fonti nel 1103, retta da tale Pietro e già oggetto di donazioni di beni e terreni. E’ probabile che la frequentazione delle campagne d’oltreserchio abbia ricevuto un grosso impulso in epoca longobarda e carolingia,  dal momento che già nel IX secolo, per volere del conte Eriprando, si traghettavano persone e merci da una sponda all’altra del ramo nord dell’Auser; servizio che valse alla zona il toponimo ad navem Eriprandi. Secondo la tradizione, Eriprando promosse anche la costruzione di alcune strutture per l’accoglienza dei pellegrini che attraversavano questa parte del contado lucchese, ancora poco popolato e probabilmente soggetto (come oggi) ad esondazioni ed impaludamenti.

In realtà, l’interesse a mantenere asciutta e percorribile questa zona era stata ancora prima dei romani, e poi, nel VI secolo, del vescovo Frediano: dalla via Æmilia Scauri, lungo la zona costiera, si poteva forse scegliere di deviare per un tracciato interno, che attraversa le colline settentrionali della piana lucchese, e si ricongiunge con la Cassia (la Sarzanese) solo in vista della città del Volto Santo.

Sebbene non dotata di fonte battesimale, fin dalla sua fondazione San Jacopo è diventata un punto di riferimento per gli abitanti del “piano”, che trovavano più agevole recarsi qui piuttosto che nella chiesa titolare del piviere, situata a San Macario in Monte. Anche dopo la soppressione dell’ospitale, avvenuta nel 1457, i solerti paesani la salvarono di tasca propria dalla demolizione, finché, in tempi moderni (1843) non ottennero l’indipendenza e la “dignità parrocchiale” con la costruzione della chiesa nuova di San Jacopo, adiacente a via delle Gavine.

E’ da questo momento che San Jacopetto, così la chiamavano da qualche secolo, diventa una proprietà privata. La facciata viene dismessa e l’ingresso principale spostato sul lato sud, grazie all’apertura di più ingressi, ancora oggi in servizio. Paolo Fantozzi, autore di un breve articolo sull’edificio, (citando come sua fonte il Bindoli, dichiara che le alluvioni del Cerchia hanno sepolto la parte bassa della chiesa (il toro) per circa 2 metri, e che i primi proprietari hanno provveduto ad abbassare il tetto di ben 5 metri (cosa evidente anche ad una lettura degli elevati), per non occludere la vista della villa retrostante.

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A questo punto mi chiedo dove fosse l’ospitale vero e proprio, dove si dormiva e si mangiava. E anche se ci fosse un campanile. Forse le strutture erano addossate al lato nord della chiesa, dove ora sorge un edificio ad L costruito in laterizio, con mandolata e finestre ad arco acuto e a sesto ribassato. Una parte di questo edificio è costruito con pietre squadrate compatibili con quelle della chiesa, che potrebbero essere state riutilizzate dopo la sua dismissione, oppure essere contestuali alla fondazione medievale dell’ospitale. In realtà, altri locali adatti a questi scopi potevano trovarsi sul lato occidentale del complesso, lungo la strada di accesso all’attuale proprietà privata, oggi senza sbocco. Questa conserva, nei catasti storici, l’eloquente toponimo di strada delle Veltraje. 

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Se le mura di San Jacopo hanno ormai perso la loro antica vocazione, questo angolo di lucchesia offre ancora ai pellegrini moderni occasioni di sosta nelle foresterie di San Macario in Monte e di Piazzano, nella quiete delle sue “foreste preistoriche”…

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