DIDATTICA MUSEALE. Essere filologici non è un optional

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Mi capita sempre più spesso di trovarmi a formulare idee ed organizzare contenuti da impiegare in una attività sempre più in voga negli ultimi anni: la didattica nei musei. Oggi, giunta di fronte ad una promettente esperienza, mi sono fermata a riflettere in maniera un pò più approfondita su cosa vorrei davvero comunicare e in che direzione spingere questa nuova frontiera professionale, ancora poco riconosciuta come tale, spesso sottovalutata o relegata ad attività di gioco e svago. E qui cominciano, per me, le sfide.

Si, perché per quanto io possa impegnarmi ad azzittire la voce dello studioso, dell’archeologo, del ricercatore, del professionista, sempre quello sono. E credo di essere una risorsa, non una zavorra. Ma allora, dovrei rinunciare a comunicare in modo filologico, per ridurre tutto ad una visita frettolosa e ad un’oretta di disegnini? NO. Infatti c’è una buona notizia: si possono comunicare importanti contenuti culturali, essere coerenti, filologici e rigorosi e CONTEMPORANEAMENTE coinvolgere il pubblico dei più giovani. La cattiva è che al giorno d’oggi può risultare difficile. L’altra buona è che per la mia generazione l’ultima cosa facile è stato fare la Cresima, quindi ci sono abituata.

Vediamo quali sono le criticità che infestano il cammino dell’operatore didattico. Per cominciare, tempi sempre più stretti in cui concentrare tematiche tutt’altro che semplici. Qui è necessaria una discreta capacità di sintesi, e la capacità di sintesi ti può venire solo se conosci bene l’argomento. Così riesci a sfrondarlo del surplus senza essere banale. Quindi, niente letture distratte su wikipedia. Studio, ricerca, esperienza diretta, continuo aggiornamento. Detto questo, l’esperienza museale è per sua natura slow, contemplativa, da vivere senz’altro a passo d’uomo. Questo è l’approccio che auspico ad insegnanti e bambini, nonostante le crescenti difficoltà logistiche che affliggono ormai qualsiasi tipo di attività collettiva. Ma noi vogliamo andare controcorrente. Altra imprescindibile necessità è l’adeguata preparazione e il coinvolgimento dell’insegnante, che vengono trasmessi quasi per “osmosi” ai piccoli fruitori.

E ora veniamo alla questione delle questioni: essere filologici non è un optional. Non si può parlare di didattica museale se non si parte dall’osservazione di una fonte storica, archeologica, artistica. Anche riprodotta se vogliamo, ma che fa riferimento a quel reperto archeologico, quel mito greco, quel manoscritto, quel poema cavalleresco, quel rilievo figurato, quel gruppo scultoreo, quell’affresco. E possibilmente, anche l’esperienza pratica, laboratoriale o creativa deve essere condotta con sostanziali riferimenti al documento che si è imparato a leggere.

Abbiamo la grande fortuna di avere molte fonti a nostra disposizione, e francamente, la maggior parte di queste sono veramente pazzesche. Esempi? L’Odissea. La più incredibile avventura che si possa raccontare ad un ragazzo. Il mito dei Ciclopi? E’ raffigurato su meravigliosi vasi attici. Viaggi mitologici o reali alla scoperta di mondi sconosciuti. San Brandano. Marco Polo. Colombo. Uomini ed eserciti che si muovono per mare e per terra su strade ancora oggi esistenti. Dettagli precisissimi. Foreste che vengono abbattute per costruire flotte. Il tutto ricamato su stendardi da leggere come un libro. Città misteriose e città crocevia di culture raffigurate nella pietra. Ed empori carichi delle merci più rare e preziose, che oggi ritroviamo con relativa facilità sulle nostre mense.

Che poi, a pensarci bene, non capisco perché sia più difficoltoso coinvolgere il pubblico degli adolescenti. Le superiori, per intendersi. L’arte, la letteratura e l’archeologia sono piene di storie di determinazione, intraprendenza, coraggio, laboriosità. C’è qualcosa di meglio che potremmo sperare per le generazioni future?

Io credo che i contenuti scientifici possano permeare la comunicazione museale a qualsiasi livello, senza intaccare la capacità di coinvolgimento, e credo che tutto questo vada di pari passo con la padronanza dell’argomento da parte dell’operatore.

Potrei andare avanti all’infinito, ma spero di aver reso l’idea di ciò che volevo dire. L’esperienza museale può e deve avere un significato formativo profondo. Non sostituisce una lezione dell’insegnante, direi piuttosto che la impreziosisce e, forse, può piantare un seme che, al momento giusto potrebbe germogliare in una grande passione. Proprio come è accaduto a me.

Nell’immagine: Ricostruzione della Tabula Peutingeriana, Pars IV, Segmentum IV. Biblioteca Nazionale di Vienna.

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