LUCCA, LA TUSCIA E LE VIE PER ROMA

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 Eccoci giunti alla vigilia di un ciclo di incontri culturali nel restaurato museo Casa del Boia, sede del progetto Via Francigena Entry Point. L’iniziativa prende il nome, evocativo, dalla giornata di studi che aprirà l’evento, sabato 13 maggio: LUCCA, LA TUSCIA E LE VIE PER ROMA. Dentro c’è la storia tardoantica, fatta attraverso le scoperte archeologiche presentate da Giulio Ciampoltrini e dai suoi collaboratori; c’è il tema del viaggio, nella figura dello scrittore latino Rutilio Namaziano, che già nel 417 d.C. scelse di prendere il mare anziché di percorrere l’Appia, trovandola inagevole per la scarsa manutenzione dovuta al veloce collasso dell’impero; c’è la storia di Lucca attraverso le sue cinte murarie, le sue torri, i suoi palazzi e le sue chiese, ma anche attraverso le strade calcate nei secoli da eserciti e pellegrini, raccontata, con passione e professionalità, anche da giovani studiosi lucchesi.

Consultate il programma qui, dove trovate tutte le informazioni per partecipare.

DIDATTICA MUSEALE. Essere filologici non è un optional

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Mi capita sempre più spesso di trovarmi a formulare idee ed organizzare contenuti da impiegare in una attività sempre più in voga negli ultimi anni: la didattica nei musei. Oggi, giunta di fronte ad una promettente esperienza, mi sono fermata a riflettere in maniera un pò più approfondita su cosa vorrei davvero comunicare e in che direzione spingere questa nuova frontiera professionale, ancora poco riconosciuta come tale, spesso sottovalutata o relegata ad attività di gioco e svago. E qui cominciano, per me, le sfide.

Si, perché per quanto io possa impegnarmi ad azzittire la voce dello studioso, dell’archeologo, del ricercatore, del professionista, sempre quello sono. E credo di essere una risorsa, non una zavorra. Ma allora, dovrei rinunciare a comunicare in modo filologico, per ridurre tutto ad una visita frettolosa e ad un’oretta di disegnini? NO. Infatti c’è una buona notizia: si possono comunicare importanti contenuti culturali, essere coerenti, filologici e rigorosi e CONTEMPORANEAMENTE coinvolgere il pubblico dei più giovani. La cattiva è che al giorno d’oggi può risultare difficile. L’altra buona è che per la mia generazione l’ultima cosa facile è stato fare la Cresima, quindi ci sono abituata.

Vediamo quali sono le criticità che infestano il cammino dell’operatore didattico. Per cominciare, tempi sempre più stretti in cui concentrare tematiche tutt’altro che semplici. Qui è necessaria una discreta capacità di sintesi, e la capacità di sintesi ti può venire solo se conosci bene l’argomento. Così riesci a sfrondarlo del surplus senza essere banale. Quindi, niente letture distratte su wikipedia. Studio, ricerca, esperienza diretta, continuo aggiornamento. Detto questo, l’esperienza museale è per sua natura slow, contemplativa, da vivere senz’altro a passo d’uomo. Questo è l’approccio che auspico ad insegnanti e bambini, nonostante le crescenti difficoltà logistiche che affliggono ormai qualsiasi tipo di attività collettiva. Ma noi vogliamo andare controcorrente. Altra imprescindibile necessità è l’adeguata preparazione e il coinvolgimento dell’insegnante, che vengono trasmessi quasi per “osmosi” ai piccoli fruitori.

E ora veniamo alla questione delle questioni: essere filologici non è un optional. Non si può parlare di didattica museale se non si parte dall’osservazione di una fonte storica, archeologica, artistica. Anche riprodotta se vogliamo, ma che fa riferimento a quel reperto archeologico, quel mito greco, quel manoscritto, quel poema cavalleresco, quel rilievo figurato, quel gruppo scultoreo, quell’affresco. E possibilmente, anche l’esperienza pratica, laboratoriale o creativa deve essere condotta con sostanziali riferimenti al documento che si è imparato a leggere.

Abbiamo la grande fortuna di avere molte fonti a nostra disposizione, e francamente, la maggior parte di queste sono veramente pazzesche. Esempi? L’Odissea. La più incredibile avventura che si possa raccontare ad un ragazzo. Il mito dei Ciclopi? E’ raffigurato su meravigliosi vasi attici. Viaggi mitologici o reali alla scoperta di mondi sconosciuti. San Brandano. Marco Polo. Colombo. Uomini ed eserciti che si muovono per mare e per terra su strade ancora oggi esistenti. Dettagli precisissimi. Foreste che vengono abbattute per costruire flotte. Il tutto ricamato su stendardi da leggere come un libro. Città misteriose e città crocevia di culture raffigurate nella pietra. Ed empori carichi delle merci più rare e preziose, che oggi ritroviamo con relativa facilità sulle nostre mense.

Che poi, a pensarci bene, non capisco perché sia più difficoltoso coinvolgere il pubblico degli adolescenti. Le superiori, per intendersi. L’arte, la letteratura e l’archeologia sono piene di storie di determinazione, intraprendenza, coraggio, laboriosità. C’è qualcosa di meglio che potremmo sperare per le generazioni future?

Io credo che i contenuti scientifici possano permeare la comunicazione museale a qualsiasi livello, senza intaccare la capacità di coinvolgimento, e credo che tutto questo vada di pari passo con la padronanza dell’argomento da parte dell’operatore.

Potrei andare avanti all’infinito, ma spero di aver reso l’idea di ciò che volevo dire. L’esperienza museale può e deve avere un significato formativo profondo. Non sostituisce una lezione dell’insegnante, direi piuttosto che la impreziosisce e, forse, può piantare un seme che, al momento giusto potrebbe germogliare in una grande passione. Proprio come è accaduto a me.

Nell’immagine: Ricostruzione della Tabula Peutingeriana, Pars IV, Segmentum IV. Biblioteca Nazionale di Vienna.

SAN JACOPO D’OLTRESERCHIO

 

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Post per curiosi e pellegrini.

Rientrando più nella prima categoria che nella seconda, qualche giorno fa mi sono incamminata lungo via delle Gavine, in direzione Solferino (l’ottocentesca Quattro Strade), camminando per un breve tratto sugli argini del torrente Contesora. Arrivata in vista del campanile della chiesa di San Macario in Piano sono scesa sulla strada e, passando per il retro dell’edificio, ho deviato verso est alla ricerca dell’antico ospitale di San Jacopo alle Beltraie, o di Colle Beltrandi. 

Qualche curva e pochi minuti dopo, scorgo una inconfondibile abside romanica che si staglia sullo sfondo di un folto boschetto di pini, nei pressi della località Virgo. Lo scorcio che mi si apre dinnanzi dev’essere più o meno quello che si delineava di fronte al viandante del medioevo.

L’edificio, orientato est-ovest, offre dapprima la facciata, rimaneggiata ed in parte nascosta dall’aggiunta di altri locali, dopo il cambio di destinazione d’uso di tutto il complesso. La parte meglio conservata è quella dell’abside e di parte dell’aula, costruita in opera quadrata con blocchi di arenaria locale. Potrebbe trattarsi di quella disponibile nelle alture circostanti l’area dell’ospitale (GOT, formazione di Monghidoro), e in effetti, la costruzione è avvenuta in un luogo più che adatto per la presenza di varie risorse: pietra da costruzione, acqua, legname e fertili terreni alluvionali. Le terre dell’ospitale sono incastonate tra la Contesora e il Cerchia; seguendo verso valle questi due torrenti, si arriva diretti al Serchio.

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Facendo ulteriori ricerche, scopro che la storia di San Macario è in gran parte racchiusa tra le robuste mura di questo edificio. Nato come ospitale con chiesa annessa, fa il suo ingresso nelle fonti nel 1103, retta da tale Pietro e già oggetto di donazioni di beni e terreni. E’ probabile che la frequentazione delle campagne d’oltreserchio abbia ricevuto un grosso impulso in epoca longobarda e carolingia,  dal momento che già nel IX secolo, per volere del conte Eriprando, si traghettavano persone e merci da una sponda all’altra del ramo nord dell’Auser; servizio che valse alla zona il toponimo ad navem Eriprandi. Secondo la tradizione, Eriprando promosse anche la costruzione di alcune strutture per l’accoglienza dei pellegrini che attraversavano questa parte del contado lucchese, ancora poco popolato e probabilmente soggetto (come oggi) ad esondazioni ed impaludamenti.

In realtà, l’interesse a mantenere asciutta e percorribile questa zona era stata ancora prima dei romani, e poi, nel VI secolo, del vescovo Frediano: dalla via Æmilia Scauri, lungo la zona costiera, si poteva forse scegliere di deviare per un tracciato interno, che attraversa le colline settentrionali della piana lucchese, e si ricongiunge con la Cassia (la Sarzanese) solo in vista della città del Volto Santo.

Sebbene non dotata di fonte battesimale, fin dalla sua fondazione San Jacopo è diventata un punto di riferimento per gli abitanti del “piano”, che trovavano più agevole recarsi qui piuttosto che nella chiesa titolare del piviere, situata a San Macario in Monte. Anche dopo la soppressione dell’ospitale, avvenuta nel 1457, i solerti paesani la salvarono di tasca propria dalla demolizione, finché, in tempi moderni (1843) non ottennero l’indipendenza e la “dignità parrocchiale” con la costruzione della chiesa nuova di San Jacopo, adiacente a via delle Gavine.

E’ da questo momento che San Jacopetto, così la chiamavano da qualche secolo, diventa una proprietà privata. La facciata viene dismessa e l’ingresso principale spostato sul lato sud, grazie all’apertura di più ingressi, ancora oggi in servizio. Paolo Fantozzi, autore di un breve articolo sull’edificio, (citando come sua fonte il Bindoli, dichiara che le alluvioni del Cerchia hanno sepolto la parte bassa della chiesa (il toro) per circa 2 metri, e che i primi proprietari hanno provveduto ad abbassare il tetto di ben 5 metri (cosa evidente anche ad una lettura degli elevati), per non occludere la vista della villa retrostante.

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A questo punto mi chiedo dove fosse l’ospitale vero e proprio, dove si dormiva e si mangiava. E anche se ci fosse un campanile. Forse le strutture erano addossate al lato nord della chiesa, dove ora sorge un edificio ad L costruito in laterizio, con mandolata e finestre ad arco acuto e a sesto ribassato. Una parte di questo edificio è costruito con pietre squadrate compatibili con quelle della chiesa, che potrebbero essere state riutilizzate dopo la sua dismissione, oppure essere contestuali alla fondazione medievale dell’ospitale. In realtà, altri locali adatti a questi scopi potevano trovarsi sul lato occidentale del complesso, lungo la strada di accesso all’attuale proprietà privata, oggi senza sbocco. Questa conserva, nei catasti storici, l’eloquente toponimo di strada delle Veltraje. 

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Se le mura di San Jacopo hanno ormai perso la loro antica vocazione, questo angolo di lucchesia offre ancora ai pellegrini moderni occasioni di sosta nelle foresterie di San Macario in Monte e di Piazzano, nella quiete delle sue “foreste preistoriche”…

SAN GIOVANNI, GLI SCAVI E LA TARSIA POP

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Collaborazioni speciali. Oggi, nel pieno della stagione didattica al Museo della Cattedrale di Lucca, ho accompagnato un gruppo di ragazzi del liceo artistico nell’area archeologica di San Giovanni e Reparata, dove mi trovo un po’ come a casa.

Dopo una breve ricostruzione della città antica, fatta di qualche data e di molte linee tracciate nell’aria per richiamare forme e volumi, entriamo nella chiesa romanica, pulita e silenziosa.

Ancora non sanno cosa c’è sotto. Io pregusto sempre la trasformazione sui loro volti quando si affacciano per la prima volta alle due grandi finestre lasciate in corrispondenza dell’abside e del battistero. Da lì in poi, è un crescendo di “ohhh” e “wooow”. Intanto, gli racconto la storia di Lucca e cerco di far loro capire quanto sia importante e degno di tutta la nostra attenzione e tutela un luogo come quello, dove, nel cuore della città moderna, si cammina tra un mosaico tardoantico e una tomba longobarda. Gli faccio notare che nel sito i pavimenti variano di quota a seconda dell’epoca a cui appartengono, una nozione archeologica importante e apprezzabile dal vivo, strato alla mano.

E poi ci divertiamo a interpretare il graffito protoromanico lasciato da chissà chi sul muro intonacato dell’anno Mille, e ad osservare ogni altro dettaglio che l’occhio curioso dell’archeologo e del ragazzo scorge.

L’esperienza offerta da questo sito lascia sempre il segno sui ragazzi di tutte le età, e anche sugli adulti. Carichi di meraviglia e di una buona dose di nozioni storiche, archeologiche e architettoniche, raggiungiamo il laboratorio, dove lasciamo “sedimentare” tutto. Nel frattempo, rompiamo gli schemi interpretando in chiave contemporanea i motivi geometrici del medioevo.